venerdì 13 ottobre 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Gianandrea de Antonellis

Cento pagine di sentenze su aristocra­zia, cavalleria e nobiltà, tratte da opere di circa 200 autori, dai più antichi ai nostri contemporanei, selezionate da Tommaso Romano. Talvolta si tratta di riflessioni più lunghe ed approfondite, talaltra di semplici frasi che hanno il sapore dell’aforisma (viene segnalato l’autore, ma non l’opera e quindi non è immediatamente riscontrabile il conte­sto dal quale sono estratte). Non si tratta di una mera esaltazione (ve ne sono alcune particolarmente amare: «La nobiltà e i poveracci hanno molto in comune, ma non lo sanno» o «Ne­cessità abbassa nobiltà», quest’ultima di Giovanni Verga) e l’insieme delle considerazioni, tenendo conto dell’autorevolezza dei loro autori (filo­sofi, pensatori, scrittori di ogni epoca), fa riflettere sull’appiattimento dei co­stumi nella società attuale. Chiude il florilegio una gustosa pagina di Tom­maso Romano, assiso ad un tavolino dell’immaginario “Café de Maistre”, elegante “fortino intellettuale” in cui rinchiudersi per continuare a vivere nonostante la volgarità dilagante. Completa il testo un saggio di Amadeo-Martín Rey y Cabieses, Tres concep­tos de excelencia: Nobleza, Caballería, Aristocraciache fa chiarezza nell’uso dei termini nobiltà ed aristocrazia, spesso utilizzati come sinonimi. La nobiltà (divisa in militare o di spada, ammini­strativa o di toga, finanziaria o di bor­sa), titolata o non, ha come unica fonte il Sovrano. L’aristocrazia è invece un termine legato all’uso del potere politi­co (ed economico). Quanto alla caval­leria, essa è legata agli altri due mondi e, in ambiente cristiano medioevale «il cavaliere cercava di raggiungere una serie di virtù e lottava per mantenerle e accrescerle» (p. 162). Dopo aver la­mentato la decadenza degli ideali ca­vallereschi e nel contempo l’aumento degli ordini equestri falsi, Ray y Cabie­ses conclude: «I tre concetti che ab­biamo considerato sono le tre facce di una stessa ed ipotetica medaglia. Sono concetti di eccellenza nel comporta­mento umano, forme di impostare la vita nelle quali dovrebbe primeggiare il rispetto alla parola data, la bontà e la generosità, il valore ed il coraggio, la sincerità ed il rispetto della verità... e tutto ciò unito alla modestia ed all’umiltà del cuore. Le élites devono esserlo più per quello che sono che per quello che appaiono o per la corpora­zione a cui appartengono. Solo un comportamento degno di essere defi­nito nobile e cavalleresco può fare onore a tale corporazione. Questa è la migliore aristocrazia, quella del potere e della bontà»


venerdì 23 giugno 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Marcello Falletti di Villafalletto

Il fecondo e competente Autore nella Premessa, puntualizza come scrivere e pubblicare “un libro come questo è sempre un rischio e un azzardo” e più avanti, evidenziandone lo scopo, aggiunge: «L’obiettivo del testo è indicare ciò che è considerato inattuale e scorretto rispetto ai tempi che viviamo, propriamente per sottolineare la sempre permanente concezione di Aristocrazia, Cavalleria, Nobiltà, intesi come segno e consapevolezza di Stile, per una risvegliata coscienza d’affinamento e qualificazione del soggetto, di Distinzione appunto, rispetto a tutto ciò che è, invece, conforme, standardizzato, massificato nel singolo e nel processo abbrutente informe come drammaticamente avviene nella società del nostro tempo». Dobbiamo riconoscere quanto non abbia torto e, allo stesso tempo, sappia cogliere quasi tutti gli aspetti antropologici e sociologici che osserviamo ogni giorno, rispetto ad una società che idealizza e strumentalizza sempre di più valori e concetti che, continuano invece ad adagiarla, per non dire a seppellirla, in una forma di narcotizzazione totale e generale.  
Sono cambiati i tempi o gli uomini? Verrebbe da chiedersi! La modesta conclusione sarebbe quella di affermare umilmente: tutti e due! Eppure pare strano e controverso come l’uomo moderno, quello del secolo Ventunesimo, che dimostra di aver raggiunto vette inspiegabili, abbia modificato profondamente il senso di giudizio, quello obiettivo di considerare ancora ciò che è valore, quello che è merito e quanto possa esistere di negativo dentro se stesso e nei confronti degli altri. Sembrerebbe che i parametri di giudizio e di raffronto siano scomparsi; annullati in un qualunquismo che viene paventato per uguaglianza che non si avvicina per niente al senso di fratellanza e dove tutto dovrebbe essere posto sopra una bilancia che pende inesorabilmente da una parte e verso l’altra senza alcuna ragione, senza nessuna motivazione o ponderazione interiore. Verrebbe da pensare che l’uomo in generale sia sottoposto ad una narcotizzazione costante che lo rende sopito, adagiato e demotivato a risvegliarsi da un sonno che, a lungo andare, potrebbe annientarlo.
Scrive Publio Ovidio Nasone – (43 a. C. -18ca d. C.) – poeta latino, letterato di successo nato a Sulmona (AQ): «Laudamus veteres, sed nostris utimur annis, / Mos tamen est aeque dignus uterque coli», lodiamo pure gli uomini del passato, ma viviamo ugualmente la vita dei nostri giorni; tanto i costumi antichi come quelli moderni sono ugualmente degni di rispetto ma non dobbiamo però dimenticarci degli insegnamenti che da questi ci provengono. In mezzo a tanti ammaestramenti avremmo bisogno di riscoprirne non solamente il valore ma anche saperne e discernere il reale merito, che il più delle volte sfugge, lasciando spazio sì a quelli nuovi ma se sappiamo crearne alcuni attuali, dovremmo rivalutare anche quelli trasmessici da un passato che invece cerchiamo di abbandonare come non fosse mai esistito o, peggio ancora, facendo del revisionismo inutile, che talvolta sembra più ispirato da preconcetti, demagogie o per paura di sembrare obsoleti. Il nostro stimato Autore si è posto sicuramente non soltanto questi interrogativi e li ha sviscerati, presentandoli con una chiarezza disarmante e, allo stesso tempo, cogliendone quegli aspetti che si vorrebbero far passare per superati; per non dire da cancellare dalla mente dell’uomo razionale e pensante.
Se “la dignità è di tutti e per tutti”, prosegue Tommaso Romano, dobbiamo inequivocabilmente «Tornare all’equilibrio e all’equità vera, alla sostanzialità del linguaggio, come ha insegnato Attilio Mordini, sono fonti necessarie per ristabilire e ridare qualità e organicità al corpo sociale, rivalutando, vivificandole, le naturali gerarchie dalla dimensione asfittica che viviamo, piuttosto che isterilire del tutto, in una prospettiva virtuosa di miglioramento, realmente aperta, facendoci uscire, se solo lo si decidesse, dall’uniforme e non divenendo pedine forse inconsapevoli, strumenti di “élite” oligarchiche e dirigiste che impongono e orientano gusti, opinioni, costumi, mode, oltre che l’economia, la politica e lo stesso diritto, in nome di una astratta e falsa libertà». Ci trova totalmente d’accordo, il carissimo Tommaso, senza essere eccessivamente retorici e tantomeno pedanti.
Il volume corposamente sostanziato nella parte del Florilegio, trova culmine e riscontro nel Saggio di Amadeo-Martin Rey y Cabieses. Avvalendosi della elevata forma stilistica ed espressiva che, da sempre, contraddistingue il nostro Autore siciliano, si completa nella elegante e suggestiva veste editoriale, in parte in bianco e nero, nell’altra a colori, dove fra diversi Enti e Associazioni che hanno concesso il Patrocinio Morale, figura anche il simbolo della nostra antica Accademia Collegio e un mio breve pensiero sull’argomento.

Vogliamo rassicurare il carissimo amico Tommaso Romano che il paventato rischio non solamente ha fatto perdere efficacia all’azzardo paventato, ma ha abbattuto tutti quegli assurdi preconcetti che, riuscendo a essere camuffati da attualità, rendono l’uomo dei nostri tempi sempre più schiavo di se stesso e di quel voler essere diverso, scadendo invece in qualunquismo che sembrerebbe più deleterio che produttore di progresso e cultura. Quindi, per terminare con parole semplici: ottimo lavoro! Ci auguriamo, ora, che possa contribuire a rifare l’uomo dei nostri tempi.

sabato 6 maggio 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Pier Felice degli Uberti

Conosco Tommaso Romano dalla fine degli anni ‘70 del secolo scorso, e già allora trasparivano i prodromi e lo svettare della sua profonda formazione culturale acquisita anche con la laurea in filosofia e pedagogia e la specializzazione in sociologia. Ho assistito alla fondazione di una particolare casa editrice, la Thule di Palermo, con un catalogo dei più svariati argomenti della tradizione difficilmente reperibile altrove, seguito da un impegno civico- politico che lo vide consigliere provinciale di Palermo nel 1990, poi assessore alla cultura della Provincia sino ad arrivare alla vice-presidenza e poi ancora assessore comunale alla Cultura della città di Palermo. Filosofo, letterato, antropologo, autore di saggi, raccolte ed interventi, ma anche poeta, ora ha dato alle stampe l’Elogio della Distinzione. Così si esprime l’autore nella Premessa: «Come è attitudine e desiderio dell’Autore di queste note, si è scelto di trattare ancora una volta un tema nodale, la Distinzione, tessendone l’Elogio. Certo, un libro come questo - realizzato grazie all’unione di saggi stesi da chi adesso scrive con un ricco e per certi versi unico Florilegio, fatto di frasi, aforismi, sentenze e brevi trattazioni tratte dalla Storia, dalla Filosofia e dalla Letteratura, nonché dalla ricerca scientifica e, inoltre, arricchito da un prezioso Saggio stilato e donato all’uopo dall’illustre studioso Amadeo Martin Rey y Cabieses e completato da specifica bibliografia - è sempre un rischio e un azzardo. L’obiettivo del testo è indicare ciò che è considerato inattuale e scorretto rispetto ai tempi che viviamo, propriamente per sottolineare la sempre permanente concezione di Aristocra­zia, Cavalleria, Nobiltà, intesi come segno e consapevolezza di Stile, per una risvegliata coscienza d’affinamento e qualificazione del soggetto, di Distinzione appunto, rispetto a tutto ciò che è, invece, conforme, standardizzato, massificato nel singolo e nel processo abbrutente informe come drammaticamente avviene nella società del nostro tempo. Recuperare, attualizzando in positivo, il concetto e la pratica della Distinzione, non si­gnifica certo proporre il disprezzo degli altri o la separatezza aprioristica e irreale. Tutt’altro. La Distinzione può essere perseguita da tutti, volendolo, ordinando le idee, seguendo studio, esempi e ciò che di nobile ditta dentro, riscoprendo l’unicità e l’irrever­sibilità che contraddistinguono da sempre ogni donna e uomo apparsi sulla terra, frutto di una Creazione e non di una ideologica e indimostrata “fede” evoluzionistica. La dignità è di tutti e per tutti. L’accrescimento delle virtù è ciò che, invece, seleziona e distingue. Quello che si propone, con ciò che indicano il titolo stesso e i fondamenti contenuti nel libro è, quindi, l’ideazione e forse l’utile realizzazione di un “manuale”, una sorta di codice di sopravvivenza e di riscossa, con un piccolo scrigno di saggezza che centinaia di Autori antologizzati di tutti i tempi ci donano e propongono, senza avere in occulta vista l’ombra di discriminazioni e razzismi di qualsiasi genere, questi sì reperti mostruosi d’ideologie e antropologie perverse e di un’idea zoologica dell’uomo che sfocia, in estremo, in immane selezione eugenetica. Tornare all’equilibrio e all’equità vera, alla sostanzialità del linguaggio, come ha insegnato Attilio Mordini, sono fonti necessarie per ristabilire e ridare qualità e organicità al corpo sociale, rivalutando, vivificandole, le naturali gerarchie dalla dimensione asfittica che viviamo, piuttosto che isterilirle del tutto, in una prospettiva virtuosa di miglioramento, realmente aperta, facendoci uscire, se solo lo si decidesse, dall’uniforme e non divenendo pedine forse inconsapevoli, strumenti di “élite” oligarchiche e dirigiste che impongono e orientano gusti, opinioni, costumi, mode, oltre che l’economia, la politica e lo stesso diritto, in nome di una astratta e falsa libertà. Quanto di più controcorrente, insomma, si possa proporre, in tesi, per una necessaria riforma intanto di sé stessi e, quindi, della comunità; riforma che potrebbe apparire, a prima vista, una mera illusione, una utopia o un disperato grido al deserto. Tuttavia, si deve partire o ripartire sempre da uno, dall’uno, perché proprio dall’Uno proveniamo e a Lui, se ci salveremo, torneremo. Anche in tempi apocalittici come sono quelli presenti, intrisi di “pioggia di zolfo e di piombo”. Distinzione, ancora, per mettere in evidenza e fare l’apologia di ciò che distingue spiritualmente, operando necessarie distanze rispetto alla babele delle volgarità; apologia dell’educazione e dell’etica tradizionale, della cortesia e della disponibilità, attitudine alla delicatezza e rispetto per tutti a cominciare dall’aiuto possibile - evitando la falsa retorica dell’umanitarismo - per i più sfortunati, emarginati, deboli, anziani, indifesi, recuperando così lo spirito e l’attitudine della più classica e nobile Cavalleria. La Distinzione è intrinsecamente aristocratica ed è anche un modo, un tratto, che rivela di ognuno lo stile, la raffinatezza, l’eleganza, la sobrietà, la finezza, il garbo uniti a discrezione, fermezza, signorilità e a gentilezza che fanno, ancora, affermare che quella tale Signora o quel tale Signore, sono soggetti distinti, capaci di promanare un’aura, un fascino, fino a poter raggiungere - in casi specialissimi - il vertice della regalità, anche in tempi di crisi e decadenza. E in effetti, malgrado tutto, si possono evidenziare positivamente non poche persone in grado di contrapporsi con equilibrio ai comportamenti di dozzinalità, rozzezza, volgarità, cafonaggine e violenza nei modi, negli atti, nelle parole. Ecco ancora una distintiva qualificazione che attiene all’essere o al mostrarsi gentiluomo o gentildonna, senza sottomissioni al divenire “zerbini”, gregari, sfruttati, e così privi di autonomia e personalità. Ancor di più, la Distinzione è atto e forma necessaria per saper indagare e distinguere ciò che è bene da ciò che è male, vista anche la vischiosità e la liquidità odierna che tendono, invece, ad annullare la capacità di esprimere valutazioni e giudizi, non separando il giusto dall’ingiusto, facendo così trionfare il relativismo e il minimalismo. L’esame plurale delle posizioni espresse da molti Autori - specie contemporanei o direttamente interpellati per realizzare l’Antologia che segue - non deve distogliere da quella costante che in effetti le unisce: il rifiuto in radice dell’uniformità e
dell’indistinzione fra gli uomini. Riconosceremo così coloro che pongono l’accento più sulla differenziazione del comportamento e dell’interiorità, della qualità e del merito inteso come una sorta di primato da sottolineare, rispetto a chi, invece, punta sulla ereditarietà, l’innatismo e sulla solidità della storia seppur ovviamente dinamica; entrambi in realtà concordano sulle cause dei processi dissolutivi, perniciosi aspetti della secolarizzazione e della tecnolatria, ponendo ipotesi di soluzione ad equazioni possibili di affrancamento, di distinzione appunto. Compito è trovare una sintesi alta (che non è il banale sincretismo), un’auspicabile convergenza che si possa porre come metodo e pedagogia della decisione anzitutto, per affrontare i processi critici sul piano esistenziale e spirituale, nella sottolineatura appunto della discretio, della Distinzione. Questi sono l’invito e il suggerimento che si lasciano, senza aprioristicità, allo studioso e al lettore. Omnia praeclara rara. Fare Apologia della Distinzione, saper uscire dal coro, prendere le distanze e indicare una via per ritornare liberi, padroni di se, riconoscendo anzitutto la selettività e il merito quali valori eminentemente aristocratici, da conquistarsi con una vita coerente con i prin­cipi alti professati, con dignità e con onore. Professare, insomma, “idee chiare e distinte”. Per essere e non per apparire». Nella premessa viene delineata tutta la materia contenuta nella pubblicazione, che è un unicum per i contributi portati, e per le tematiche oggi inusuali. I punti chiave ed i concetti vanno ricercati particolarmente nell’essenza delle parole che accompagnano il titolo dell’opera ricordando che la distinzione, il fatto di distinguere, è in senso attivo l’atto stesso o giudizio mediante il quale si distingue, cioè si riconosce e si afferma una intrinseca diversità fra esseri, apparentemente simili o analoghi o comunque posti in relazione tra loro. Le tematiche focalizzate trattano l’aristocrazia nel significato originario e più proprio, la prevalenza, il governo dei più meritevoli, intesi questi come coloro che sono moralmente e intellettualmente i migliori o i più valorosi, identificati poi, in un secondo tempo, con i nobili, quelli cioè che, per diritto di sangue, appartengono alla classe più elevata della società, nella quale costituiscono un gruppo privilegiato; la cavalleria, che era originariamente la Milizia a cavallo, e nel medioevo, era l’istituzione politica e sociale, della quale facevano parte i cadetti esclusi dalla trasmissione ereditaria del feudo, legati fra loro da un giuramento di fedeltà non a un signore, ma agli ideali di giustizia e d’onore, di difesa della fede, dei deboli, delle donne, secondo la morale celebrata dalla poesia cavalleresca; la nobiltà, o meglio la condizione e il fatto di appartenere alla classe dei nobili, di avere le distinzioni, le prerogative, i privilegi che erano connessi a tale appartenenza; ma anche il senso dell’eccellenza, della superiorità, derivante dalle origini e dalla tradizione, o dalla propria stessa natura, e anche elevatezza spirituale, perfezione morale o intellettuale, per indole, pensiero, propositi, sentimenti; lo stile, termine usato nelle più svariate forme dello scibile umano, ma anche come modo abituale di comportarsi, agire, parlare; il costume, la consuetudine; come signorilità di modi, discrezione e correttezza nel comportarsi; il tema attuale della barbarie, ovvero la condizione di un popolo barbaro che effettuò importanti migrazioni in vari parti del mondo nella civiltà primitiva e che oggi ancora designa un comportamento crudele e primordiale. Nella pubblicazione compaiono una miriade di persone che lasciano un loro pensiero conforme alla propria formazione e personalità, antica, moderna e contemporanea, spesso in antitesi l’una con l’altra, e con una cultura e visibilità umane ben diverse tra loro. Ogni testo dovrebbe servire alla loro identificazione e spesso è il meglio della loro produzione. Con un così elevato numero di contributi la poderosa opera si suddivide in tre corpi: un saggio dell’autore, un saggio di Amadeo-Martin Rey y Cabieses ed un lungo Florilegio di Autori (selezionati senza malizie araldico, genealogico nobiliari) ove figurano: Simonetta Agnello Hornby, Felicita Alliata di Villafranca, Maria Patrizia Allotta, Almanacco Nobiliare del Napoletano L’Araldo, Hans Christian Andersen, Achille Angelini, Fabrizio Antonielli d’Oulx, Ludovico Ariosto, Aristotele, Jules Amédée Barbey d’Aurevilly, Maurizio Barraccano, Giacomo C. Bascapè, San Basilio Magno, Walter Begehot, Hilaire Belloc, Benedetto XV, San Bernardo di Chiaravalle, Andrew Bertie, Severino Boezio, Matteo Maria Boiardo, Nicolas Boileau, Louis de Bonald, Francesco Bonanni di Ocre, Guglielmo Bonanno di San Lorenzo, Salvatore Bordonali, Giovanni Botero, Pierfranco Bruni, Edmund Burke, Robert Burton, Antonino Buttitta, Tommaso Campanella, Cristina Campo, Albert Camus, Gaspare Cannizzo, Giovanni Cantoni, Antonio Capece Minutolo di Canosa, Antonio Caprarica, Franco Cardini, Thomas Carlyle, Baldassarre Castiglione, Miguel de Cervantes, Arnolfo Cesari d’Ardea, Abate Cesarotti, Nicolas de Chamfort, Emil Cioran, Paul Claudel, Codice Cavalleresco Italiano, Paulo Coelho, Confucio, Plinio Corrèa de Oliveira, Manlio Corselli, Benedetto Croce, Fernando Crociani Baglioni, Giorgio Cucentrentoli di Monteloro, Jean Baptiste de la Curne de Saint- Palaye, Camillo d’Alia, Lucio d’Ambra, Gabriele D’Annunzio, Ugo D’Atri, Pier Felice degli Uberti, Massimo d’Azeglio, Da Ponte, Mozart, Dante Alighieri, Ferruccio De Carli, Gio Battista De Luca, Massimo De Leonardis, Federico De Maria, Roberto De Mattei, Giuseppe Della Torre, Goffredo di Crollalanza, Charles Dickens, Diogene, Maurizio Duce Castellazzo, Guillame Durant, Meister Eckhart, Francesco Emanuele e Gaetani di Belforte e di Villabianca, Epicuro, Eraclito, Felix Esqirou de Parieu, Euripide, Julius Evola, San Pier Giuliano Eymard, Marcello Falletti di Villafalletto, Giuseppe Attilio Fanelli, Massimo Fini, Domenico Fisichella, Gustave Flaubert, Jean Plori, Francesco I re delle Due Sicilie, San Francesco di Sales, John Fulton Scheen, Sigmund Freud, Luciano Garibaldi, Panfilo Gentile, Innocent Gentillet, Giuseppe Giacosa, Fausto Gianfranceschi, Vincenzo Gioberti, Sandro Giovannini, Giovenale, Domenico Giuliotti, Johann Wolfang Goethe, Nicolas Gómez dà Vila, Edmond e Jules De Goncourt, Salvator Gotta, Remy de Gourmont, Jacques Goussault, Arturo Graf, Romano Guardini, Guglielmo, Arcivesco di Tiro, Guido Guinizelli, Guittone d’Arezzo, Martin Heidegger, Heraldica, Angel Herrera Oria, Hirohito, imperatore del Giappone, Santa Ildegarda di Bingen, Incmaro di Reims, Henry James, Roberto Jonghi Lavarini, Ernst Jünger, Sören Kierkegaard, Tommaso Landolfi, Stefano Lanuzza, Leone XIII, Emmanuel Lévinas, Alberico Lo Faso di Serradifalco, Giorgio Lombardi, Leo Longanesi, Otto von Lossow, Costantino Lucatelli, Raimondo Lullo, Franco Maestrelli, Joseph de Maistre, Gennaro Malgieri, Thomas Malory, Giuseppe Manzoni di Chiosca, Oliviero de la Marche, Giovanni Maresca di Serracapriola, Carlo Marullo di Condojanni, San Matteo, Charles Maurras, Cesare Merzagora, Clemente di Metternich, Jean de Meun, Jules Michelet, Enzo Modulo Morosini, Thomas Molnar, Michel de Montaigne, Montesquie, Cirillo Monzani, Attilio Mordini, Carmelo Muscato, Napoleone Bonaparte, Friedrich Nietzsche, Novale, Michel Onfray, Alfredo Oriani, Diego Ortega, José Ortega y Gasset, L’Osservatore Romano, Pier Paolo Ottonello, Aldo Palazzeschi, Silvano Panunzio, San Paolo, Giovanni Papini, Vilfredo Pareto, Bent Parodi di Belsito, Blaise Pascal, Roberto Pecchioli, Camillo Pellizzi, Giuseppe A. Pensavalle de Cristoforo dell’ingegno, Francesco Pericoli Ridolfini, Regine Pernoud, Fernando Pessoa, Francesco Petrarca, Pio XII, Platone, Jacques Ploncard d’Assac, Porfirio, Antonio Possevini, Ezra Pound, Proclo, Alexander Sergeveich Pushkin, Rob Reimen, Jules Renard, Antoine Rivarol, Annibale Romei, Jean Rostand, Sforza Ruspoli, Roberto Russano, Alessandro Sacchi, Antonino Sala, Madaleine de Souvré de Sablé, Riccardo Scarpa, Emanuela Scarpellini, Friedrich Schlegel, Karl von Schmidt, Arthur Schnitzler, Arthur Shopenhauer, Seneca, Sergio Sergiacomi de Aicardi, George Bernard Shaw, Primo Siena, Sofocle, Luigi Athos Sottile d’Alfano, Othmar Spann, Edmund Spenser, George Ernst Stahl, Edgardo Sulis, Torquato Tgergeasso, Vanni Teodorani, Teognide, Gustave Thibon, Ludwig Tieck, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, San Tommaso d’Aquino, Cesar Carlos de Torella, Ugo di San Vittore, Marco Vannini, Diego de Vargas Machuca, Piero Vassallo,
Auvenargues, Marcello Veneziani, Giovanni Verga, Giambattista Vico, Carl-Alexander von Volbort, Karl Ferdinand Werner, Oscar Wilde, Roberto Zavalloni, Stefano Zecchi. Proprio per aggiungere un tocco che ben rappresenti le tante recensioni alla pubblicazione, riporto quella di Giovanni Taibi: «La distinzione per non perdersi nel mare magnum della volgarità di usi e di costumi oggi imperante, la distinzione per rivendicare la propria individualità davanti alla massa plaudente che ha come unico merito quello di correre in soccorso del più forte! Come distinguersi, come essere sé stessi, come vivere con stile in un tempo di barbarie? Sono queste le domande che si pone il saggio di Tommaso Romano “Elogio della distinzione”, (fondazione Thule cultura) in cui passa in rassegna l’esegesi e la storia dell’Aristocrazia, della Cavalleria e della Nobiltà. Se i natali danno in qualche modo un imprimatur necessario, questo solo non è sufficiente per fare di un uomo un gentile. Dante ce lo insegna: la vera nobiltà non risiede solo nella stirpe e nel sangue ma soprattutto nel cosiddetto cor gentile ovvero nell’animo capace di provare nobili sentimenti e comportarsi di conseguenza. A partire da questo assunto Romano, in quello che si può considerare un vero e proprio manuale del viver cortese, diventa guida sapiente per chi intenda intraprendere con totale disinteresse economico e professionale la strada verso la distinzione, contro la massificazione e la standardizzazione dell’uomo di oggi. “La distinzione può essere perseguita da tutti volendolo, ordinando le idee, seguendo studio, esempi e ciò che di nobile ditta dentro” (p. 5). Come d’altronde ci insegna il filosofo Epicuro: “Non la natura, che è unica per tutti, distingue i nobili dagli ignobili, ma le azioni di ciascuno e la sua forma di vita” (p. 68). Nella prima parte del libro troviamo l’Apologia della condizione singolare in cui Romano si appoggia a uno dei pilastri del suo pensiero: la Tradizione. Come ama spesso ripetere: “Tanto più forti saranno le sue radici tanto più l’albero (l’uomo) crescerà in altezza (morale)”. Dopo avere passato in rassegna il pensiero legato alla Tradizione Romano affronta un tema a lui particolarmente caro: la casa. Essa da semplice dimora diviene la cartina di tornasole da cui è possibile avere un identikit esatto di chi la abita, del suo (buon) gusto, del modo in cui passa il tempo libero, del valore che dà agli oggetti che diventano testimonianza delle sue esperienze di vita. Sapere distinguersi non può che passare dal modo in cui si vive la casa, dal rapporto che si instaura con essa ma questa non deve necessariamente essere un rifugio solitario, un eremo senza terra ma “può aprirsi, accogliere pochi e scelti interlocutori per goethiane affinità elettive... I libri, le suppellettili, gli oggetti, la musica, le buone persone, un animale fedele, la memoria ci faranno ala non certo ingombrante” (p. 22). Si può dunque affermare con Romano che la casa è la proiezione della propria identità. Dopo questa prima parte di carattere didascalico il volume presenta un florilegio di autori diversi, per stile, pensiero ed epoca storica, che nei loro scritti e nel loro pensiero hanno codificato regole e grammatica della Nobiltà, spiegato il motivo della nascita della Cavalleria e dell’Aristocrazia. In quelli più recenti, è presente la biunivoca corrispondenza tra caduta di valori dei nobili ideali e crisi del tempo storico presente. Tra le tante citazioni mi piace riportarne una di Nicolas Gomes Davila. Lo scrittore, aforista e filosofo colombiano così scrive: “Più gli uomini si sentono uguali, più facilmente tollerano di essere trattati come pezzi intercambiabili, sostituibili e superflui. L’uguaglianza è la condizione psicologica preliminare delle carneficine fredde e scientifiche”. Se ci riflettiamo bene, altro non è che un elogio della diversità alla rovescia cioè mettendone in evidenza i limiti autodistruttivi dell’uguaglianza intesa come obiettivo supremo da raggiungere per un popolo che vuol definirsi civile. Segue infine un saggio sulla Nobiltà, (scritto appositamente per Tommaso Romano) sulla Cavalleria e sull’Aristocrazia dell’illustre studioso, il nobile spagnolo Amadeo-Martin Rey y Cabieses, (Componente dell’Audizione Generale e Consigliere della Real Deputazione del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio nonché Membro Corrispondente del Collegio Araldico di Roma) storico e critico nell’ambito araldico-cavalleresco della Classe aristocratica e della Tradizione iberica, che mostra una particolare attenzione alla storia della nobiltà italiana. Lo scrittore spagnolo espone a chiare lettere quelli che sono i tratti distintivi della nobiltà: il rispetto della parola data, la bontà, la generosità, il valore e l’umiltà del cuore. Nel capitolo finale, prima di una ricchissima bibliografia, c’è il Congedo al Café de Maistre, in cui Romano, malinconicamente, constata come ai nostri tempi la cultura, l’arte, la tradizione, la stessa fede siano diventati degli pseudo valori da utilizzare a piacere per il proprio tornaconto. E allora cosa fare? La ricetta di Tommaso Romano è semplice eppur non sempre facile da attuare: “Resistere, pur sapendo di servire una causa perduta. Profferire parole e concetti solo quando richiesto, declinando con garbo ma fermamente la compagnia di arrivisti, molesti e insulsi; studiare e scrivere per sé e per chi egualmente non si piega. mostrare la bellezza e la potenza del creato. Tutto ciò con la ferma consapevolezza di stare in minoranza, in assoluta minoranza, forse testimoni attivi di una ipotetica, eventuale futura memoria” (pp. 133-134). Una voce fuori dal coro, un anticonformista assoluto che nella vita ha sempre seguito i suoi ideali a costo di rimetterci personalmente, pur di non abbassare la testa davanti al potente di turno. Questo è, ed è sempre stato, Tommaso Romano per chi lo conosce e a cui non fanno stupore le lapidarie frasi del suo “Elogio della Distinzione”. Per i pochi che non lo conoscono ancora, questa lettura servirà a comprendere la figura di un intellettuale a volte scomodo ma per questo più interessante da studiare perché, attraverso il capovolgimento della prospettiva, ci fa vedere la realtà con occhi diversi e disincantati». Nella nostra società detta globalizzata è meraviglia e sospetto affermare che ci si sente “cittadino del mondo”, senza per questo sentirsi cosmopoliti. Del resto Tommaso Romano è sempre andato contro corrente per quasi tutta la sua vita, per lui “L’Elogio della Distinzione” è l’elogio dovuto a chi si distingue dalla massa amorfa ed uniforme, di chi si tira fuori dal gregge, assumendo posizioni nette ed inequivocabili, fuori dai sofismi e dall’ambiguità, di chi pur ricercando la sintesi, rifiuta il sincretismo che attualmente sembra espandersi a macchia d’olio su tutte le questioni più importanti del mondo: da quelle politiche a quelle economiche e perfino alle questioni riguardanti la sfera più intima e privata del genere umano. Tommaso Romano, in questo mondo che cambia per opportunità i propri principi, muta le opinioni per ottenere nuovi benefici, inventa nuove soluzioni pescando dal passato, ha la particolarità che nei quasi 40 anni che lo conosco è rimasto quell’uomo serio, corretto, lineare, onesto con le sue pietre miliari che sono le stesse provenienti dalla nostra tradizione europea, dalla nostra identità cristiana, dalle nostre famiglie che ci hanno fornito quegli strumenti di saggezza utili a lavorare senza sosta per quella aristocratica società migliore che amiamo e a cui aspiriamo. Ho ancora negli occhi l’immagine di quel giovane che durante un suo convegno a Montecarlo in una dolce estate dei primi anni Ottanta, esprimeva ieri (come fa oggi) quella sintesi che non muta né può mutare sino alla fine della nostra moderna società, rappresentata e diversamente incarnata dai tanti personaggi che hanno lasciato quei loro messaggi che l’Elogio della Distinzione ci racconta nelle sue belle pagine. 
da: "Nobiltà", n. 137 anno XXIV, Milano, marzo-aprile 2017

lunedì 20 marzo 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Franco Trifuoggi

La consacrazione di un saggio ampio ed analitico al tema della distinzione può apparire, al lettore avvezzo alla quotidiana celebrazione massmediatica della sagra del politicamente corretto, del luogo comune e del conformismo consumistico, fuori luogo, sconcertante, o addirittura materia di scandalo, massime se susciterà in lui l’impressione di trovarsi di fronte ad una aprioristica glorificazione della nobiltà di sangue, e a maggior ragione se avrà scoperto che l’autore discende da una famiglia gentilizia, di Tramonti, Positano e Sicilia. In chi, tuttavia, si inoltrerà nella lettura delle pagine di questo volume (Elogio della Distinzione, Fondazione Thule Cultura, Palermo 2016), si andrà attenuando, se non scomparirà del tutto, ogni pregiudiziale diffidenza. D’altronde lo stesso sottotitolo, nell’ampiezza del suo arco semantico (Aristocrazia, Cavalleria, Nobiltà, Stile in tempo di barbarie), ammonisce contro ogni interpretazione riduttiva o arbitrariamente semplificatrice. Parimenti l’autore, Tommaso Romano, docente e Direttore del Dipartimento di Scienza della Biografia dell’ISCA di Roma, presidente della Fondazione Thule Cultura, direttore della rivista Spiritualità e Letteratura, saggista, estetologo, poeta originale, non si limita ad esporre compiutamente la propria concezione in merito, ma la suffraga efficacemente con un amplissimo florilegio di autori di ogni tempo e nazionalità, e di difforme estrazione ideologica, culturale e sociale.
Opportunamente, e significativamente, egli chiarisce il suo intento, cioè “indicare ciò che è considerato inattuale e scorretto rispetto ai tempi che viviamo, propriamente per sottolineare la sempre permanente concezione di Aristocrazia, Cavalleria, Nobiltà, intese come segno e consapevolezza di Stile, per una risvegliata coscienza d’affinamento e qualificazione del soggetto, di Distinzione appunto, rispetto a tutto ciò che è, invece, conforme, standardizzato, massificato nel singolo e nel processo abbrutente informe come drammaticamente avviene nella società del nostro tempo”; e precisa che recuperare tale concetto “non significa certo proporre il disprezzo degli altri o la separatezza aprioristica e irreale”, in quanto la Distinzione  “può essere perseguita da tutti, volendolo… riscoprendo l’unicità e l’irreversibilità che contraddistinguono da sempre ogni donna e uomo apparsi sulla terra, frutto di una Creazione e non di una ideologica e indimostrata “fede” evoluzionistica”. E’, dunque, evidenziare “ciò che distingue spiritualmente”  rispetto alla “babele della volgarità”, rivendicando il valore dell’educazione e dell’etica tradizionale, della cortesia e della disponibilità, “attitudine alla delicatezza e  rispetto per tutti a cominciare dall’aiuto possibile…per i più sfortunati, emarginati, deboli, anziani, indifesi”, nel segno dello spirito della più classica e nobile Cavalleria.
La Distinzione, intrinsecamente aristocratica, rivela di ognuno “lo stile, la raffinatezza, l’eleganza, la sobrietà, la finezza, il garbo” in una con la “discrezione, fermezza, signorilità e gentilezza…”; essa è necessaria per “distinguere ciò che è bene da ciò che è male”, al di là del relativismo e del minimalismo correnti, per “uscire dal coro”, indicare una via “per ritornare liberi, padroni di sé”, riconoscendo la selettività e il merito quali valori aristocratici, da conquistare mediante una vita coerente con l’altezza dei principi professati e improntata alla dignità e all’onore.
Sarebbe impresa ardua racchiudere nel breve giro di un articolo una sintesi esaustiva della fitta illustrazione di tali concetti, ricca di storia, etica, teologia, araldica, antropologia, e di innumerevoli riferimenti a grandi pensatori, artisti, mistici, sovrani, saggisti. E’, però, più agevole enuclearne alcuni spunti e rilievi particolarmente significativi e suasivi. Anzitutto il concetto di tradizione, ricondotto etimologicamente al latino tradere, ovvero trasmettere una “consegna verticale proveniente dall’alto, da Dio o dagli Dei”, o comunque da un Assoluto “che trascende e  lega ogni soggetto all’idea del cielo, del cosmo, del sacro, oltre che alla terra”, nell’attesa e speranza di vita eterna; o laicamente ritenuta “prolungamento vivificante” che dal passato “porta al presente e propone l’avvenire (concezione diffusa nei paesi anglosassoni con la figura del gentleman e che gli ricorda Prezzolini). E la sottolineatura della frattura determinata dalla fine del Medio Evo con l’accelerazione dell’egemonia della tecnica e della tecnocrazia a svantaggio della vocazione verso la trascendenza e il senso della dipendenza da Dio: un processo rivoluzionario in cui Liberismo, Marxismo, Positivismo e Storicismo sono “facce di una medesima medaglia sovvertitrice”. Al riguardo si propone l’ipotesi di una reversibilità di esso con la resistenza individuale e/o “il riunirsi comunitariamente in piccoli gruppi e famiglie“, comunque mantenendo “uno stile, un asse interiore” mediante l’autodisciplina e l’ascesi.
Ed ecco una necessaria precisazione: la reiezione delle “sole rivendicazioni dovute al tempo delle investiture e delle legittime nobilitazioni di sovrani e papi”, in quanto, in genere, non sono queste le élites a cui riferirsi: blasonati degni ve ne sono ancora, ma la nobiltà, in parte, non è – anche per l’alterigia e la supponenza -, all’altezza del titolo (come si rileva in vari Ordini e Confraternite cavalleresche). Ad essa fa riscontro la decisa e categorica asserzione per cui nobiltà oggi può essere solo “quella dello Spirito degno del passato o pronto a generare una novella Tradizione”, all’insegna del brocardo dantesco “fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e conoscenza”, della consapevolezza che l’aristocrazia autentica è “il connotato del meglio rispetto all’usuale, al volgare”, secondo l’insegnamento di Platone, e che il fine ultimo non va riposto nel contingente. Donde ad ognuno è possibile essere aristocratico, degno dell’antica nobiltà, vivendo senza superbia, nella perseveranza, nella temperanza, nella rettitudine, oltre che nel servizio dei più deboli, sia materialmente sia moralmente. E’ rilevante, peraltro, l’opportunità che i sovrani ancora in carica riconoscano e concedano onori  e meriti: comunque non sono “il denaro, la potenza sociale o le “cordate” amicali e/o clientelari” a dover decidere circa un riconoscimento di aristocrazia. Illuminanti sono i  richiami ai classici: a Seneca, con l’ammonimento a “sapersi ritirare in se stessi” ma anche a “saper alternare la solitudine e lo stare con gli altri”; come a Marco Aurelio (e a S.Agostino) circa la norma dell’agire che può solo essere ispirata all’universalità dei valori; e insieme la sentenza per cui “chi gode di un animo nobile non sopravviverà inebetito nel nichilismo e nella sciatteria”.
Inequivocabile e severa è la deplorazione del corrente “dogma del non discutibile”, della diffusa liceità della licenza assoluta e della tendenza verso il livellamento sessuale, l’azzeramento della polarizzazione fra i sessi; della progressiva scomparsa della “autorevole e necessaria figura del padre e di ogni principio di tradizionale convivenza”. E al contrario vivida l’esaltazione dell’onore, della fedeltà, quale virtù fondamentale, che trova un’efficace esemplificazione in figure eroiche come Salvo D’Acquisto, S.Massimiliano Kolbe, i martiri monarchici napoletani di via Medina nel 1946, Jan Palach, Paolo Borsellino, Don Puglisi, “aristocratici cavalieri” del  nostro tempo. Particolarmente opportuno, poi, il richiamo a Franz Ebhardt, autore ottocentesco de L’arte di vivere, a sostegno del giudizio secondo cui la propria casa è oggi “più che mai da considerare come un luogo necessario di elezione, uno spazio di ammutinamento rispetto alla volgarità montante, irriguardosa, livellata e servile del mondo circostante”: una dimora che può tuttavia aprirsi accogliendo “pochi e scelti interlocutori per goethiane affinità elettive”, e di cui va curata l’armonia, la bellezza nella custodia (e nel rinnovamento) di memorie, affetti, ed eventuali collezioni, alla luce dell’affermazione di Borges, per il quale dureranno più in là oblio le cose, pure le cose minime ci cui discorre Pessoa, e nella scia di Vitruvio e Plinio il Vecchio: una casa che in un’epoca di “diaspora spirituale”diviene un rifugio all’inclemenza del tempo, come scriveva Gómez Dávila.
Considerazioni, queste, a cui si affianca la deplorazione della profanazione dei monumenti o dell’indifferenza di fronte ad essi, a cui fa riscontro il riconoscimento della possibilità di “costruire dimore, borghi e cattedrali” (ne è uno straordinario esempio Gaudì) e di “restaurare”, purificare, intanto, il nostro paesaggio interiore con l’arte, la cultura, senza dimenticare il buongusto, la convivialità domestica, magari anche scegliendo la campagna con le sue risorse e bellezze. Opportuno, poi, il ricordo dei precetti contemplati dal Codice cavalleresco, che si tramanda da secoli: “Presterai fede in ciò che insegna la Chiesa; Rispetterai i deboli e ti costituirai loro difensore; Amerai il paese in cui sei nato; Non indietreggerai mai davanti al nemico; Combatterai gli infedeli senza tregua e pietà… Non mentirai e terrai fede alla parola data; Sarai sempre il campione del bene contro l’ingiustizia e il male”. Donde il paradosso di quanti rivendicano “titoli e onori del passato promanati da autorità cristiane” e contemporaneamente si professano appartenenti ad altre fedi o addirittura agnostici o panteisti. E infine una vena nostalgica pervade la costatazione dell’ improbabilità della restaurazione di “troni e altari, corone e tiare” a meno di un intervento soprannaturale. Perfettamente in chiave con l’afflato religioso del discorso la conclusione, con l’esortazione ai “cavalieri erranti alla ricerca del Graal”, perché preghino e avanzino “in prossimità d’incontro con i loro pari” per meritare l’Eterno incontro con Dio e riconquistare, con purezza di cuore e limpidezza di sguardo, “la Gerusalemme celeste”.
Di queste pagine mi pare denominatore comune un illuminato conservatorismo che, pur potendo ispirare o condizionare opzioni politiche, non configura un disegno politico, e quindi, sia per la prevalente angolazione etica sia per la dimensione élitaria, non è tale da turbare i sonni dei maggiorenti del nostro panorama partitico. Al fervore e all’impegno intellettuale di questa lucida disamina segue un centinaio di pagine di antologia, popolate, in ordine alfabetico, da autori di epoche, nazionalità, lingue diverse; antichi, medievali, moderni ed anche contemporanei: poeti, filosofi, Papi, Santi, moralisti, Sovrani, storici, politici, statisti, mistici, romanzieri, musicisti, giornalisti. Sono brevi sentenze, aforismi, sobri brani o ampie dissertazioni. Si va, così, dalle pronunce incisive di Aristotele (“Chi è degno di grandi cose, è uomo nobile”), di Confucio, di Giovenale, di Dante (“E’ nobilitade ovunque è virtude, e non virtude ovunque è nobilitade”), di Carlyle (“Tra gli uomini c’è una naturale aristocrazia i cui fondatori sono la virtù e il talento”), di Baldassarre Castiglione (teorizzatore della “sprezzatura”), di Tommaso Campanella, di Francesco I Re delle Due Sicilie (“I contrassegni di onore e di distinzione sono il più potente eccitamento alle virtuose e lodevoli azioni”), di Fausto Gianfranceschi (“La confraternita degli spiriti nobili esiste”), di Salvator Gotta (“L’anima a Dio, la vita al Re, il cuore alle Donne, l’Onore a me…”), di Hirohito Imperatore del Giapone, di Jean Rostand (“Non c’è nobiltà senza generosità…”), di Marcello Veneziani, di Stefano Zecchi; alle articolate disamine di Louis de Bonald, di Plinio Corrêa de Oliveira, di Meister Eckhart, di Romano Guardini, di José Ortega y Gasset, di Régine Pernoud, di Pio XII, di Gustave  Thibon, di Diego de Vargas Machuca. E tra i due poli, numerosi brevi pensieri, come quello di Maria Patrizia Allotta, Nicolas Boileau. Giovanni Botero, Franco Cardini, Benedetto Croce, San Francesco di Sales, Vincenzo Gioberti, Guido Guinizelli, Emmanuel Lévinas, Joseph de Maistre, Gennaro Malgieri, Jean de Meun, Alfredo Oriani, Riccardo Scarpa, Arthur Schopenhauer, Seneca, San Tommaso d’Aquino, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Gian Battista Vico.
Diverse voci, queste, che alimentano la mirabile armonia di questo suggestivo panorama. Se, infatti, molte sottolineano la necessità imprescindibile della virtù, altre insistono sulla genesi religiosa della nobiltà; qualcuna pone l’accento sul valore dell’ereditarietà, qualche altra sulla generosità e, in genere, “sulla differenziazione del comportamento e dell’interiorità, della qualità e del merito”; c’è chi privilegia l’aristocrazia del pensiero e  della cultura, mentre deplora lo scadimento etico dell’aristocrazia di sangue; chi si sofferma ad additare i limiti dello spirito borghese e l’uso distorto degli “immortali principi dell’ ’89”; chi auspica la formazione di una nuova aristocrazia nella scia dello spirito della cavalleria. Voci, dunque, diverse ma sostanzialmente concordi sui processi dissolutivi, “perniciosi aspetti della secolarizzazione e della tecnolatria”; e quindi nel rivendicare l’esigenza di esorcizzare l’odierna barbarie, massificatrice e ofelimitarista.
Fanno degna corona alle due sezioni precedenti del libro le raffinate pagine del Congedo al Café de Maistre, che si ispirano ai due aristocratici savoiardi, alfieri della tradizione, Joseph e Xavier de Maistre; e quelle del saggio, “di cristallina chiarezza”, dI Don Amadeo-Martín Rey y Cabieses Tres conceptos de Excelencia: Nobleza, Caballería, Aristocracia: un testo di cui Tommaso Romano evidenzia “lo stile, il rigore storico e dottrinale, l’uso accorto delle fonti, nonché il panoramico diorama organicamente tracciato dallo scrittore che, incardinato a partire giustamente dalla Tradizione spagnola, si arricchisce con validi approfondimenti indicati anche in quelle di varie altre nazionalità e culture, con rilievo riguardo pure alla realtà storica italiana…”.
Un saggio che si conclude additando gli elementi fondanti della “mejor aristocrazia” nel “respeto  a la palabra data”, nella “bontad y la generosidad, la valentia y el coraje, la sinceridad y el respeto a la verdad” congiunti alla “modestia y umildad de corazón”. Una conclusione che mi pare atta a fugare ogni diffidenza (quasi un sentore di egocentrismo o di superbia o di scarsa solidarietà  o di mera galanteria) o incomprensione circa l’intento di questo bel libro; che può, ovviamente, non piacere ai conformisti o ai dissacratori della tradizione, ai demagoghi, ma indubbiamente interpreta un’istanza spesso dissimulata ma particolarmente avvertita dalle persone restìe ad unóiformarsi alla decadenza etica corrente. Un libro coraggioso, certamente, nel vigore della sua denuncia e nel fervore (non acritico) della sua rivendicazione della tradizione. Donde il “panormita inattuale” (come si definisce l’autore) appare più che mai attuale, nella luce dell’esigenza di esaltare ciò che leva l’uomo al disopra della palude della grossolanità, del conformismo, della barbarie. 

sabato 11 marzo 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Alberto Maira

Un massificante egualitarismo che ha omologato l’esistenza degli uomini travolgendo la vita di interi popoli con un appiattimento soffocante, sposo e figlio insieme,  di un relativismo dalle fosche tinte ciniche e annichilenti, ha reso irrespirabile e invivibile il clima del nostro mondo, delle nostre città, dalle megalopoli ai villaggi apparentemente più sperduti ma ormai raggiunti dal rullo compressore di dinamiche massmediatiche, che ti inseguono ovunque, pronte a massacrare la ricchezza di ogni identità e gli spazi di ogni libertà concreta.
Tommaso Romano è un educatore e uno scrittore palermitano, che ha fatto della propria esistenza sin da piccolo, un soldato al servizio di valori non negoziabili, di battaglie difficili ma di alto profilo. E la non negoziabilità dei valori ai quali ha dedicato e continua a dedicare ogni giorno della sua vita da vero e proprio “milite” non sta nel partito preso di ideali frutto di una scelta ideologica partigiana ma dalla adesione a quella “verità delle cose” senza la quale l’ esistenza umana diviene non-senso e disperazione. E dolore, disperazione e distruzione sono il volto trascinato e trascurato di parte considerevole dell’umanità contemporanea. L’assalto alla “verità delle cose”, per usare un termine del filosofo Josef Pieper, si è rivelato un assalto all’amore di Dio per l’uomo con  conseguenti diabolici risultati della costruzione di un mondo senza Dio quindi senza pace, senza Dio quindi senza gioia, senza Dio quindi privo di significati.
In Elogio della Distinzione, l’autore, ci offre itinerari di possibile fuoriuscita  dal terreno melmoso della piattezza e del vuoto valoriale. Indicandoci non il proclamare una insignificante “distinzione per la distinzione”, per il puro gusto dell’essere fuori dal coro – che comunque è tra l’altro stonato – ma per essere gli incarnatori di un vissuto che risponda alla nostra natura di creature di quel Re dell’Universo che  ha iscritto nel nostro cuore un compito che ha un fine ultimo comune e itinerari per conseguirlo legati alla unicità e irripetibilità di ognuno di noi.  Sì, uguali ma unici e irripetibili. Dove l’essere uguali non è mai egualitarismo. E dove la unicità e irripetibilità non diviene mai individualismo.
Per aiutarci a meditare tutto ciò e altro, Tommaso Romano offre un ricercatissimo florilegio di autori di tempi, luoghi, condizioni, tratti, scuole, temperamenti ed anche prospettive diversi. Ma che, per gli aforismi e le riflessioni nel volume ripresi, offrono suggestioni utili allo scopo, che è quello, di ri-creare    “cultura, arte e ambienti” che favoriscano la rinascita di un mondo normale e vivibile,  alternativo a quello che è frutto della ribellione delle passioni più disordinate.
Nel testo si utilizzano decine e decine di citazioni molto significative e utili di autori antichi e antichissimi, da Aristotele ad Ariosto e Tasso, da Dante a Vico, così come di maestri di vita che i lettori, che speriamo siano tanti, avranno magari anche personalmente conosciuto come Attilio Mordini, Regine Pernoud, Gustave Thibon o  Giovanni Cantoni .
Già il professor Plinio Correa de Oliveira, nel suo magistrale saggio “Rivoluzione e Contro-Rivoluzione”, che non dobbiamo mai smettere di proporre come lettura della crisi del mondo moderno e come indicazione di itinerario di uscita da questa crisi, aveva parlato di “ complessità e l'ampiezza del processo rivoluzionario nelle zone più profonde delle anime, e pertanto della mentalità dei popoli” dove “è più facile indicare tutta l'importanza della cultura, delle arti e degli ambienti” nella marcia dei processi disgregativi. L’opera del Romano offre strumenti per restaurare rinnovati ambiti ove far rinascere e crescere, una nuova classe di nobili spiriti che vivifichino le famiglie sempre più disorientate, la cultura sempre più mercificata, le nazioni sempre più prive di punti di riferimento autentici. Quella che viene proposta è in definitiva la rinascita di focolai di saggezza.  
Il florilegio offerto diviene cosi un contributo non di puro esercizio letterario ma uno strumento per alimentare lo spirito, un aiuto a sopravvivere, senza abbattimenti e rassegnazioni ingiustificate, a rilanciarsi in forme rinnovate,  al servizio di una nuova evangelizzazione e di rinnovato slancio missionario che coniughi lo spirito contemplativo e  quello attivo, senza ripiegamenti intimistici e folcloristici, senza risibili orpelli e anacronistici estetismi.

mercoledì 1 marzo 2017